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«Non ho mai voluto fare un business»: l’ospitalità secondo Elisabeth

« Non ho mai voluto fare business. Questa casa aveva bisogno di vivere, e anch'io. È prima di tutto un modo per condividere un luogo che amo. »

07/10/2026

A pochi chilometri da Orte, nel cuore della campagna laziale, Elisabeth accoglie i suoi ospiti in una casa che assomiglia più a una grande dimora di famiglia che a una struttura ricettiva. Qui non ci sono né televisione nelle camere, né minibar, né serrature alle porte. E non si tratta di una dimenticanza.

«È una casa di famiglia. Le camere non si chiudono a chiave, e questo non ha mai rappresentato un problema.»

Fin dai primi istanti della nostra conversazione, si comprende che tutto, da Elisabeth, è pensato come un invito a rallentare e a entrare nel ritmo della casa.

A 70 anni, questa donna belga trasferitasi in Italia da diversi decenni non ha mai immaginato la sua attività come un'impresa turistica nel senso classico del termine.

«Non ho mai voluto fare un business. Questa casa aveva bisogno di vivere, e anch'io. È prima di tutto un modo per condividere un luogo che amo.»

Quando i suoi figli hanno lasciato il nido, la casa è diventata improvvisamente molto grande. Dopo la scomparsa del marito, Elisabeth si è ritrovata sola di fronte a una quotidianità silenziosa.

«Avevo voglia di mettere dei fiori sulla tavola, di preparare i pasti, di avere vita intorno a me.»

È nata così la sua attività di accoglienza.

Una casa abitata

Da Elisabeth gli ospiti non sono semplici clienti di passaggio. Condividono uno spazio di vita in cui gli incontri fanno parte dell'esperienza.

Attorno alla casa vivono una cagna, sette gatti, due asinelli, cinque galline e un gallo. Michele, il suo compagno, conosciuto nel 2017 dopo un vero e proprio colpo di fulmine, partecipa anche lui pienamente all'accoglienza.

«Michele parla con tutti. Io sono spesso in cucina, lui invece è capace di chiacchierare per ore.»

I pasti costituiscono spesso il cuore di questi scambi. Nella maggior parte dei casi, si mangia insieme intorno allo stesso tavolo.

«Quando si rimane tutta la giornata a casa, è normale che ci sia almeno un pasto condiviso. Deve esserci un contatto.»

La cucina è essenzialmente vegetale, ma senza dogmatismi.

«Mi piace rompere i pregiudizi sulla cucina vegetale. Ma ci sono sempre le uova delle nostre galline e il formaggio.»

I saponi proposti nelle camere sono fatti in casa e presentati in contenitori di vetro. Anche qui, nessun desiderio di standardizzazione.

«Non ho mai avuto voglia di adeguarmi ai modelli delle grandi catene. Altrimenti ci sono già gli hotel Hilton.»

Il lusso del tempo

A chi chiede quanto tempo ci voglia per scoprire la casa e rilassarsi davvero, Elisabeth risponde senza esitare:

«Tre notti minimo.»

Tre notti per godersi la campagna, i sentieri che attraversano i boschi, il ruscello del Fosso del Castello con i suoi enormi massi che sembrano fortezze naturali.

I più curiosi possono anche partecipare a corsi di cucina, passeggiate nella natura o ancora a workshop introduttivi alla fotografia tenuti da Michele, ex direttore di una rivista specializzata.

La casa dispone persino di una sala yoga aperta a chi desidera praticare liberamente o in gruppo.

I tesori nascosti intorno ad Orte

Quando le si chiede quali luoghi raccomanda ai suoi visitatori, Elisabeth non cita i siti più noti.

Evoca prima la misteriosa piramide etrusca nascosta nel bosco di Bomarzo, poi il celebre Parco dei Mostri, con le sue sculture fantastiche del XVI secolo.

Per lei, uno dei grandi punti di forza della regione è anche la sua accessibilità. Orte si trova a soli quaranta minuti da Roma e la stazione ferroviaria permette di raggiungere facilmente Firenze, Pisa o Milano.

«Molte persone rimangono sorprese. Pensano di venire in un luogo isolato, ma in realtà si possono combinare molto facilmente la campagna e le visite alle città.»

L'accoglienza prima di tutto

Nel corso della nostra intervista, Elisabeth mi racconta un'esperienza recente. Una coppia ha prenotato all'ultimo minuto ed è arrivata proprio mentre lei doveva assentarsi. La camera era pronta, una collaboratrice si è occupata dell'accoglienza, ma i viaggiatori sono ripartiti quasi subito.

L'episodio l'ha colpita molto.

«Quel che mi ha disturbato non è che se ne siano andati. È il non aver avuto il tempo di incontrarli.»

Questa frase riassume probabilmente meglio di qualsiasi altra la sua concezione dell'ospitalità.

In un'epoca in cui molte strutture ricettive funzionano con codici d'accesso, cassette per le chiavi e messaggi automatizzati, Elisabeth rivendica un altro modo di accogliere.

Ricorda in particolare un appartamento prenotato di recente a Torino.

«L'appartamento era bellissimo. Ma c'erano solo codici ovunque. Non ho mai incontrato nessuno. Alla fine, ho ricevuto un messaggio che diceva soltanto: “Spero che mi lascerà una buona recensione su Airbnb.” L'ho trovato terribile.»

Per lei, l'accoglienza non può essere ridotta a una transazione.

Deve rimanere un incontro.

Ed è precisamente questo che dona alla sua casa quell'atmosfera particolare: quella di un luogo dove non si viene soltanto a dormire, ma a condividere un momento di vita.

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